Perché diciamo sempre "allora"?


Perché diciamo sempre

Se ascolti abbastanza italiano parlato, a un certo punto cominci a notare un piccolo gruppo di parole che spunta dappertutto.

Allora.
Cioè.
Insomma.
Quindi.
Ehm.

Le senti all’inizio di una frase, nel mezzo di una spiegazione, quando qualcuno prende tempo, quando cambia direzione, quando cerca di ammorbidire quello che sta per dire.
A chi studia l’italiano possono sembrare parole superflue, quelle cose che nessuno insegna davvero ma che tutti sembrano usare in continuazione.

In linguistica, si chiamano parole riempitive, connettivi, marcatori discorsivi.
Sì, a volte riempiono un vuoto. Ci fanno guadagnare un secondo. Ci aiutano a pensare mentre stiamo parlando.
Ma fanno anche qualcosa di più interessante: aiutano a organizzare la conversazione.

Molti pensano che parlare bene significhi produrre frasi pulite, perfette fin dalla prima parola. Ma il parlato non funziona così.

Il parlato esita. Riparte. Torna indietro. Cerca l’attenzione di chi ascolta. Si prende tempo per costruire il pensiero mentre lo si esprime.
E molto spesso queste piccole parole sono proprio il segno visibile di quel processo.
Per questo vale la pena osservarle da vicino.

Prendiamo allora.

Sulla carta può voler dire “quindi”, “dunque”, a seconda del contesto.
Ma fa spesso molto di più.
Può servire ad annunciare che è arrivato il tuo turno. Può segnalare: “adesso parlo io”. Può raccogliere i pezzi prima che arrivi il vero contenuto della frase.

Per questo penso ad allora come a quando si apparecchia la tavola prima di un pasto.

Prima che arrivi il cibo, si prepara lo spazio. Si mettono i piatti. Si crea una piccola attesa. Allo stesso modo, allora spesso prepara lo spazio per la conversazione che sta per arrivare.
La parola in sé non è sempre il punto più importante.
Il punto più importante è quello che permette di fare subito dopo.

E poi ci sono gli altri esempi.

Una parola come senti o guarda può servire a richiamare l’attenzione. Espressioni come no? oppure eh, capito? possono aiutare a cedere la parola a qualcun altro o a coinvolgere l’interlocutore.
E non è solo chi parla a usare questi segnali: anche chi ascolta li usa, per esempio per interrompere o per mostrare che sta seguendo, con segnali come m-m oppure eh.

Questo è forse uno degli aspetti più interessanti: queste parole servono anche a coordinare l’interazione.

Aiutano a gestire i turni.
Aiutano a gestire l’attenzione.
Aiutano a gestire la cortesia.
Aiutano a dire, senza dirlo esplicitamente, “sto ancora parlando”, “seguimi”, “puoi intervenire”, “mi stai capendo?”, “ci sono”.

Ecco perché esistono in tutte le lingue. Cambiano le parole, ma non cambia il bisogno.

Per chi studia l’italiano, questa è una buona notizia.

Non serve sembrare un libro di testo per suonare naturali.

Anzi, a volte un parlato troppo pulito rischia di suonare rigido, poco inserito nel ritmo della conversazione.
Questo non significa riempire ogni frase di allora e insomma. Quando sono troppe, queste parole possono diventare fastidiose. Ma volerle eliminare del tutto significa non riconoscere la loro funzione.

Un obiettivo, allora, potrebbe essere sviluppare la nostra attenzione.

Comincia a notare quando gli italiani usano allora. Sta introducendo una conclusione, oppure sta semplicemente aprendo un turno?
Fai caso a cioè: sta riformulando, chiarendo, correggendo?
Ascolta insomma: suona come un riassunto, una sfumatura di impazienza, una forma di enfasi?
E ehm: interrompe davvero il flusso, oppure lo tiene in vita mentre la persona pensa?

Quando inizi a sentire queste parole come strumenti, e non come errori, l’italiano parlato diventa molto più leggibile.

E allora la vera domanda è questa: quando parli italiano, stai cercando la perfezione, oppure ti lasci sedurre da queste piccole parole?

La fluenza non è solo vocabolario e grammatica.
È anche ritmo.
Tempi.
Turni.
Attenzione.
Aggiustamento continuo.

E allora, a volte, tutto comincia o finisce proprio da una piccola parola come allora.